Avrò avuto dodici anni, giocavo in una squadra di calcio. Facevo il mediano. Sì, quello lì, che natura non gli ha dato né lo spunto della punta né del dieci.
Era la semifinale di un torneo parecchio importante, ricordo che si giocava addirittura in notturna, roba seria.
Si stava pareggiando, io recupero un pallone dalle mie parti e lo lancio verso l'area avversaria; il nostro nove la prende e comincia a correre verso la porta, prima di venire steso dal portiere.
Rigore.
Alto, il campionato del mondo è finito. Lo vince il Brasile.
E l'allenatore dice che devo tirarlo io. Io non lo voglio fare, ho paura, glielo dico. Io il rigore non lo tiro. Ma insiste, e devo.
Sistemo la palla sul dischetto bianco, prendo la rincorsa cercando di non pensare a nulla e sparo la palla in tribuna. Mi sembra ancora di sentire il boato del pubblico nella mia testa, anche se in realtà saranno stati una cinquantina di genitori annoiati.
Da quel giorno i rigori, nel calcio e nella vita, li ho evitati come la peste.
Se mi costringono, o mi costringo, a tirarli, finisce sempre come quella serata del novantotto.
E lo sento, Pizzul, commentare come commentò il rigore di Baggio a Pasadena.
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